Sergej Roic
posted on may 28. 2003
La sindrome du Stendhal
- La sindrome di Stendhal - disse Perdomo.
- Cosa? - il dottore penso che il telefono, ancora una volta, faceva brutti scherzi. Da sempre duro d'orecchi, e ora anche vecchio e vecchia la casa e malandati gli impianti delle poste spagnole; come , del resto, tutto il paese.
- …a Firenze, suggestionato da tutte quelle opere d'arte… e, lo immagini, no, Stendhal, sensibile, ricettivo, che ragginuge la maestosita, che tocca il sublime dell'arte… - Perdomo gracchiava frasi sconnesse che giungevano a sbuffi, a folate, distorte.
Quando gli parve di aver capito, il dottore, senza curarsi di Perdomo, mise giu la cornetta. La sindrome di Stendhal. Venire in una citta e ammalarsi, di nervi, per aver visto troppa arte. Guardo fuori della finestra: Toledo, in novembre, non era precisamente un luogo affascinante. Il fianco della cattedrale incassata, sghemba, la strada bagnata sporca di sabbia, la lapide in onore del Generalissimo per aver sistemato l'acquedotto; non la toglieranno mai, penso.
Poi, lentissimamente, scese al piano di sotto, prese l'ombrello, usci. L'ufficiale della Guarda civil, che lo aspettava davanti all'ingresso, non cerco di attaccar discorso.
Il dottore lesse la scheda che l'ufficiale gli aveva messo davanti. Erano seduti, uno di fronte all'altro, separati da un tavolo di legno lucido, in un'ampia sala disadorna. Solo alcune spade appese al muro. Dopo tanti anni si trovava di nuovo dentro l'Alcazar.
- Allora, cosa ne pensa? - chiese l'ufficiale.
- Jean Lapointe. Studente in ingegneria navale. 25 anni. Entrato in Spagna 22 giorni fa. A domanda: "Perché hai cercato di strappare il quadro?". Risponde: "Non ho cercato di strapparlo, l'ho staccato dalla parete". A domanda: "Perché hai cercato di staccare il quadro dalla parete?". Risponde: "Non l'ho dipinto io".
- Ha bisogno di ripetere ad alta voce? - esclamo irritato l'ufficiale. - Tutto questo lo so gia.
- Sto riordinando le idee - disse il dottore. Fece una pausa. Poi, con molta calma, vincendo l'ansia. - Ma sono quasi certo che si tratta della sindrome di Stendhal. Quel ragazzo deve essere ricoverato in ospedale.
Si stupi dell'autorita della sua voce. Penso che la sala dai muri ocra chiaro, alzando la voce, doveva produrre una bella eco. Uscendo dalla fortezza penso che, se l'opinione di un dottore valeva ancora qualcosa, il ragazzo canadese non vi sarebbe rimasto a lungo.

Seduta nella carrozza, ansimando, attraversando la periferia di Madrid. Non riusciva a rendersi conto come poteva esserle accaduto. Assurdo. Aveva quasi perso l'ultimo treno per Toledo. Lezione prima: non confidare nell'efficienza dei mezzi pubblici. Come aveva potuto dimenticarlo? Piuttosto andare a piedi. Si, certo, aveva scelto il metro perché e il tragitto piu breve, perché nessuno ti guarda attentamente, perché chiunque, anche riconoscendo un personaggio famoso, pensa che e una coincidenza: cosa ci farebbe un personaggio famoso nel metro? Nel metro, a cinque-quattro-tre stazioni da Madrid-Atocha pensava di non farcela. Il convoglio si era fermato, era rimasto fermo cinque minuti in ognuna delle tre stazioni. Sulle prime aveva pensato a un controllo, aveva aspettato, indifesa, l'arrivo della Guardia civil. Poi, fra la calca, nel caldo artificiale del sottosuolo, aveva notato (gia, "ottimo spirito di osservazione", la prima del corso di architettura all'universita di Bilbao, l'avevano scelta per questo, no?; la prima del gruppo, a Malaga aveva riconosciuto Baquero, il generale Baquero, avendolo visto unicamente su una foto di giornale di dieci anni prima) due uomini che la guardavano con insistenza. Per un attimo, mentre il convoglio stava rallentando in vista di Atocha, le sembro che volessero seguirla. Poi uno dei due le sorrise. L'altro gli diede una gomitata: - Dai che le piaci, - avra detto - dai che ci sta. - Si precipito fuori, attraverso di corsa l'atrio della stazione scontrandosi con la gente, attirando l'attenzione. Scese le scale mobili. Il treno per Toledo, vuoto, la stava aspettando.

Al calar della sera il dottore, col suo bastone da passeggio, - era spiovuto, lunghe nuvole grigie solcavano il cielo, nella piazza stavano cambiando il selciato, i bus in partenza scaricavano/caricavano ragazzi di ritorno da scuola; tutta quella sabbia - ando alla casa-museo di El Greco.
Ferran, il custode, stava chiudendo.
- Come va la schiena Ferran? - disse il dottore porgendo i soldi del biglietto.
- Ma lei non deve, dottore… il museo e a sua disposizione - disse Ferran. Poi, dopo una pausa, alzando teatralmente le braccia. - La schiena? E chi ce l'ha piu la schiena!
Il dottore aveva rimesso i soldi in tasca ma, nello stesso momento, con un lampo di gatto negli occhi, con l'altra mano aveva estratto una fiaschetta dalla tasca del cappotto.
- Allora beviamo - disse Ferran chiudendo la porta alle spalle del dottore.
Avevano bevuto nella camera da letto di El Greco, quella con le poltrone comode. Ferran ce l'aveva con la Sovrintendenza ai musei nazionali: niente riscaldamento, poca luce.
- Anche a quel ragazzo, il canadese, gliel'ho chiesto se voleva piu luce nella sala dei quadri. Ma a lui non sembrava interessare. Il dottore riempi i bicchieri, disse: - Andiamo a vedere. - Sapeva che a Ferran piaceva chiacchierare.
Ora si trovavano nella sala. Una fioca luce si diffondeva dalla mensola nell'ingresso. Le tele, assorbendo la luce con leggi proprie, disegnavano chiazze di buio, trappole pronte ad inghiottire.
- Non si vede niente - disse il dottore.
- Lo so, lo so. Ecco, il ragazzo era qui. - Ferran si fermo davanti a un quadro. - Quando gli chiesi se voleva, anche solo per un momento, - e una vergogna ma non lasciano che la tenga accesa - la luce principale, mi rispose che vedeva meglio al buio.
- Cosa ha detto? - al dottore pareva di star sognando.
- Ecco: "I miei occhi vedono meglio al buio", qualcosa di simile.
- E il quadro era questo? - il dottore indico una porzione di nero.
- Si, proprio questo, il controverso. Detto fra noi: l'anno scorso il professor De la Cruz, del Prado, voleva farlo togliere, diceva che non era di El Greco. Ma, sa, il parere di De la Cruz deve rimanere segreto. Tutti gli altri pensano che sia la tela piu importante del maestro, qui al museo.

Il treno sembrava perso in un mare nero. Beccheggiava. Le vecchie carrozze si lamentavano del continuo saliscendi. Niente dossi, niente cunette, era colpa delle rotaie, del procedere a strappi della locomotiva. - Roba da far venire il mal di mare - aveva detto il bigliettaio. Le si era seduto di fronte, giovane, simpatico. Spruzzi di pioggia entravano dai finestrini aperti, piu avanti, lungo la carrozza. Si era offerto di chiuderli, ma in realta non aveva nessuna voglia di alzarsi, di interrompere la conversazione. Dopo, magari, non avrebbe piu saputo come ricominciare. Anche perché sono bella, penso la ragaza. Mi hanno scelto perché a nessuno passa per la mente di ricordare il volto di una bella donna da una foto segnaletica.
- Mi ricordi… come se ti avessi gia vista - che stronzate sto dicendo?, penso il ragazzo. Forse facendole un complimento? - Si, Isabelle Adjani. Conosci Isabelle Adjani, l'attrice?
- Si - disse la ragazza - Ti sembro una donna di mezza eta?
Giunti a Toledo, la stazione buia, la pioggia che era diminuita d'intensita, il bigliettaio della RENFE osservo che di tassi non ce n'erano, si offerse di accompagnare la ragazza a casa sua. E cosi ho risolto il problema della notte, penso la ragazza. Ho indovinato dal vestito - penso il ragazzo - non dev'essere ricca.
Saliti al secondo piano, il ragazzo apri la porta, di legno leggero, lavorata, di vecchia foggia; passarono davanti alla cucina, il ragazzo chiese ai genitori se poteva ospitare un'amica, non attese la risposta, accompagno la ragazza nella sua camera, rifece il letto con lenzuola pulite, disse che in casa c'era poco spazio, sarebbe andato a dormire da un amico. La ragazza, piuttosto che andare in un bar, preferiva fare una passeggiata. Passeggiarono lungo il Tajo, con la citta incombente sopra di loro, il ragazzo che non le aveva chiesto perché era venuta a Toledo, che non cerco nemmeno di baciarla, si stava innamorando.

Verso mezzogiorno, quando finalmente le guardie se ne furono andate, il dottore entro nello stanzone dalle pareti gialle, dal soffitto a cupola. Un ex convento, penso. Nella camerata un solo letto era occupato. Il ragazzo canadese era seduto, il cuscino dietro la schiena, gli occhi chiusi.
- Sono il dottore - disse il dottore in francese. Il canadese non rispose, ma apri gli occhi. Uno sguardo sprezzante, fisso, un sorriso/smorfia agli angoli della bocca. Le labbra rosse, "Traviataroth", come nei tubercolotici, come nei quadri di El Greco, penso suo malgrado il dottore.
- No, non il dottore dell'ospedale - riprese il dottore - Mi hanno consultato, ieri, per diagnosticare… Ma non c'e niente da diagnosticare, vero?
Il canadese non si mosse, richiuse gli occhi. Allora il dottore penso che il ragazzo non aveva molta voglia di parlare, cambio tono.
- Non vorrai dirmi che vedi meglio al buio, come El Greco? - Per tutta risposta il ragazzo apri gli occhi, fisso il dottore per un attimo, da una cartella posata sul comodino accanto al letto estrasse un blocco da disegno, si mise a disegnare. Per dieci minuti buoni non sollevo la testa dal foglio, non guardo il dottore. Poi gli porse il disegno. Il dottore riconobbe il ritratto del capo dell'inquisizione, dipinto dal Greco nel 1600; ma il volto non era quello del cardinale Nino de Guevara, era quello del ragazzo.

Era sveglia da un pezzo, ma non si decideva ad alzarsi. Non sono un'attrice, penso la ragazza basca. Ho imparato molte cose in questi due anni, ho imparato come comportarmi; ma nonostante tutto non sono un'attrice. Le riuscivano difficili le cose piu semplici, come alzarsi, andare in bagno, scambiare qualche battuta coi genitori del ragazzo, che sentiva muoversi circospetti, attenti a non svegliarla, l'amica del figlio, la bella ragazza. Il tepore del letto era sensuale in quella casa sconosciuta, con indosso le sole mutandine, con le mani per caso sui seni, sul ventre, mentre l'undici del Real Madrid le sorrideva da una foto attaccata all'armadio di fronte. Poi si era vestita, a colazione aveva dovuto mentire, dire di chiamarsi Isabel. Il padre di Gonzalo le aveva spiegato di essere tifoso dell'Atletico.
Si congedo dai genitori di Gonzalo, sali su un autobus che la porto in alto, nel centro di Toledo. La cattedrale, l'ospedale, l'Alcazar, come se li era immaginati, ognuno al proprio posto. Gonzalo era sul convoglio per Ciudad Real, si erano dati appuntamento per quella sera. Era sicura che non lo avrebbe piu rivisto.

Trovo Perdomo al circolo scacchistico. Gli arrivo alle spalle, getto uno sguardo sulla scacchiera: la posizione di Perdomo era senza speranza. Tuttavia, conoscendo la sua cocciutaggine, ritorno sui propri passi, attraverso la porta a vetri, ando fino al bancone e ordino un caffe.
- Perdomo sta perdendo? - commento il barista del ristorante che ospitava il circolo.
Pochi minuti e Perdomo si sedette al tavolo del dottore.
- Ho sbagliato l'arrocco - disse.
Poi il dottore riusci a spostare la conversazione sulla sindrome di Stendhal.
- Non sembrava interessarti granché - disse Perdomo.
- Adesso mi interessa - disse il dottore. Batteva sempre Perdomo a scacchi: per farsi perdonare di avere, il giorno prima, riattaccato, dovette promettergli l'ennesima rivincita.
- Ricordi il ragazzo canadese di cui ti ho parlato? - continuo il dottore - Volevo tirarlo fuori dall'Alcazar, cercavo un appiglio per farlo uscire. Lo sai anche tu, nessuno dovrebbe essere rinchiuso in quel posto. La sindrome di Stendhal e stata un pretesto, io, naturalmente, non credo a queste cose.
- Mai piaciuta la psicosomatica, eh? - sorrise Perdomo. Perdomo aveva studiato storia dell'arte, si interessava di agopuntura, insegnava geografia nella scuola cittadina.
- Ma ora… - il dottore era stupito dalla foga che aveva contagiato la sua voce - ma ora… guarda.
Il disegno del ragazzo nelle mani di Perdomo. Perdomo che esclama: - E perfetto, e il Greco! -, la sindrome di Stendhal, l'Alcazar, il ragazzo che sembrava uscito dai quadri del Greco, che disegnava come il Greco… il dottore fuggi dal ristorante; temeva che Perdomo cominciasse a spiegargli che la sindrome di Stendhal puo portare a una maggiore ricettivita dell'arte, all'identificazione con l'autore, alla reincarnazione.
Arrivato a casa penso di telefonare al professor De la Cruz, al Prado, di chiedergli se aveva reso pubblico il suo parere sull'autenticita del Greco che il ragazzo aveva staccato dal muro, di chiedergli se conosceva il ragazzo rappresentato come l'inquisitore di Toledo, di andare a Madrid con il disegno, che ora era nelle mani di Perdomo, di quel pazzo. Ma non fece nulla: il telefono malandato, le poste spagnole pure, parlare con Madrid era impresa impossibile. Una stanchezza infinita lo assali. Si corico. Domani, penso. Domani, tutto, per bene, con puntiglio.

L'altoparlante annuncio l'arrivo del treno. Poi attacco con una sinfonia, qualcosa di Beethoven, gli parve. Sul marciapiede della stazione, su alcune sedie, in un paesaggio umido di pioggia, con giacche a vento, volti chiusi in questa sala d'aspetto all'aperto, la gente di Toledo. I volti si allungavano, senz'ossa, sotto il suo sguardo. Bach aveva sostituito Beethoven. Il treno non arrivava. Si mise a passeggiare. Un inserviente stava affiggendo una foto segnaletica. Si fermo a guardare: una ragazza dell'ETA, molto bella. Stava proprio al limite estremo del marciapiede, in piedi, il volto regolare, senza angoli, linee rotte, anche a una tale distanza. Le ando incontro. Musica classica alla stazione di Toledo. Qui tutto e fuori del tempo, penso El Greco.
Il treno proveniente da Talavera arrivo in stazione. Gonzalo, il ferroviere della RENFE, felice, confuso (ma come aveva fatto a saperlo?, per arrivare prima aveva cambiato il turno di lavoro con quello di Barreto), vide la ragazza che lo aspettava sul marciapiede. Scese dal treno, le ando incontro. Lei lo guardo, strinse gli occhi, mosse il capo. Era con un altro uomo. Gonzalo le passo accanto. Se non fosse stato innamorato non avrebbe capito. La vide per l'ultima volta mentre saliva, accompagnata dall'uomo, sul treno. Avrebbe potuto rivederla, quel giorno e per molti altri ancora, sulla foto segnaletica affissa alla stazione di Toledo.
- Non mi e mai piaciuta la pittura spagnola - disse El Greco in basco, mentre salivano sul treno.

Il dottore, quella sera, fece la sua passeggiata proprio mente l'Alcazar saltava in aria.


Sergej Roic, Innumerevoli uomini
Copyright©Giampiero Casagrande editore, Lugano 1992

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