Il collo lungo, gli occhi di un lago, lo sguardo che fugge –nell'impudicizia
dei corpi, lì nel bar, un grande pudore. Finì in televisione, la brava
ragazza. Certo, con quel fisico, le gambe snodate, l'ombelico liscio.
Un sorriso disarmante-disarmato, a cosa pensa, quella, mentre è lì
e tutti la guardano? A cosa pensa?, ci chiedevamo, dove si trova,
prova qualcosa?
Un po' algida, lontana, un tantino diva, altezzosa per necessità? Ma no, no,
la ragazza di casa, l'amica di tutti, la brava ragazza. Magari un
po' complicata, ma questo, si sa, non guasta.
In una città piccola ognuno ha una propria storia di abitudini che cambiano,
di bar in cui sei di casa e poi, da un giorno all'altro, ne sei straniero.
Basta spostarsi di un centinaio di metri e mettere quella giacca o
quella cravatta ed eccoti, vivo, in un altro mondo. Ognuno potrebbe
raccontare di partenze, e di ritorni. Di volti. Sguardi. Occhi. Labbra.
Gambe e braccia. Che si sono riconosciuti. Subito si erano piaciuti.
Ognuno, prima o poi, incontra qualcuno. E lo riconosce, un gesto,
un invito, ma non vuole, non può, perché non è tempo, perché vorrebbe
alzare la posta in gioco, perché ama il gioco. Che ha le sue regole,
naturalmente.
E il gioco, se sei all'altezza, se non ne infrangi le regole, il gioco diventa
una ragione, se sai aspettare. Qui in questo bar sotto la piazza,
su un biglietto con sopra scritto il nome di una birra, le hai appena
fatto un complimento. Una frase dal suo nome, galante. Il giorno dopo
non te lo ricordi, ciò che volevi dire. Lei ci ha pensato, però. Certo,
è un gioco.
E certo, era un gioco quando l’avevi rivista dopo tanto tempo, lei in compagnia,
tu solo, era cresciuta, la ragazza: di fronte a te, proprio davanti
alla tua faccia, baciava, se baciava. Ti baciava, ti sfidava. Tu dietro
le sue spalle, senza cedere un centimetro, no, no, ora non devi andartene.
Avevi resistito, eroico. Sono queste le regole del gioco, no?, nel
bar sotterraneo avevi creduto nel gioco.
E poi l'avevi vista parecchie altre volte, e non vi eravate parlati mai. Solo
guardati. Imbarazzati, ma solo per poco, poi aveva vinto, e di gran
lunga, quello strano gioco.
Lei era il tuo schermo, e tu eri il suo. Lei ti guardava, tu la guardavi, ma
viste erano soprattutto le bottiglie, il bancone, i tre scalini da
scendere per entrare in pista, per entrare in azione, insomma, les
coulisses du theatre che, se non lo sapete, impongono certe regole.
Nel bel mezzo di un discorso senza senso, spezzettato, una rappresentazione,
come a teatro. Nessun testo, un balletto. La prima cosa, qui nel bar,
entrando, era vedere se quella sera ci sarebbe stato, quel balletto
muto.
"Ma allora non le parlerai mai?"
si spazientiva l’amico Klaus.
Certo, gli piacevi, a Klaus, certo che gli piacevi, eri l'altro capo del mio
gioco. Fa parte delle regole, no?
E così tutte le sere a teatro, inscenando un balletto, un passo fatto e subito
ritirato. Un incontro in città, di giorno, tu abbassi lo sguardo,
io ti ho appena spogliato, con lo sguardo. E poi il momento è arrivato,
con due ragazzine alle calcagna, a capodanno, e chi sceglierà il giocatore,
stasera, a chi parlerà colui che non parla mai? E forse, se non ci
fossero state, lì, loro… Mi ero ritagliato una fetta di celebrità,
col gioco, me ne stavo lì, nel bar sotterraneo, ma non parlavo. Guardavo.
A volte, senza parere, toccavo una schiena, un fianco. Guardavo, retrocedevo,
non vedevo. Un balletto, un gioco, una rappresentazione: chi è che
vuol partecipare? I ragazzi si spazientivano: guardalo, quello! –
mi indicavano col dito.
Ti chiamai per nome, lì e allora, alla festa di capodanno, ti salutai, ti feci
gli auguri con la più grande noncuranza di questo mondo. Ci conosciamo
da sempre, no? Avevi un décolleté generoso e occhi come laghi e spalle
di marmo e in cima a quella scala, a quel podio, mentre tutti ma proprio
tutti ci guardavano, si spazientivano, ci avrebbero indicato col dito?,
lì e allora abbiamo avuto un serissimo scambio d’opinioni sulla marca
della tua birra. Era ora, dicevano i tuoi occhi ridendo, le tue labbra
mi baciavano bevendo.
“Era ora”
dissi io rubandoti la birra
“era ora che tu mi offrissi una birra”
Poi i tuoi ammiratori ti avevano reclamato, le mie inseguitrici erano vicine,
vicinissime, qui, a un passo, da ghermire. Le seminai, come fosse
per gioco. Me ne andai. Cosa avevo ottenuto? Nulla, nulla, se non
ciò che desideravo: poter continuare il gioco, riscriverne le pose,
i passi, le regole. Avvicinarmi.
"Certo, tu ne hai di tempo"
aveva commentato l’altro amico, Moserito.
Ma poi il gioco si complica, perché non siamo su una scacchiera, siamo fatti
di carne e ossa. E c'è il tuo seno, davanti a me. E il reggiseno con
la spallina nera. E tu te la aggiusti. Ed è festa. E c’è un passato,
dietro i tuoi occhi, perché non siamo soli, e ci portiamo dietro rimpianti
e ricordi. Mi avevi detto, una volta, che star male vuol dire non
parlarne. Stai male? Secondo te, un giocatore starebbe ad ascoltare?
Brindando alla tua spallina, al tuo seno, qui davanti, da ghermire
allungando le mani sopra il bancone del bar, mi procuro un rivale.
Lui sa giocare?
Oh, ma allora è solo un gioco, ti dici, e chi gioca non è che un giocatore,
un uomo da bar. Sì, uno stronzo che di questo bar ha fatto il suo
regno, che calcola le traiettorie degli sguardi e delle parole, che
non si butta mai. Che uomo è quello che non rischia di farsi male?
Che sangue freddo gli scorre nelle vene? Chi è? E cosa vuole da me?
È un ragno torbido che dal centro della sua tela aspetta un mio errore,
un passo falso, un balletto mancato? La sera che mi ballava alle spalle,
lì nella confusione del bar, quando ha cominciato a muovermi, a muoverle,
ho creduto che non ci fossero più regole. Poi se n’è andato. E se
lo facesse tanto per ridere? Se non gli importasse niente di me? E
se, e se…
E se il desiderio nascesse dal gioco? E crescesse nel dubbio? Lì, allora, quando
non ci sono più le bottiglie gli scalini gli specchi quando – ma è
vero? ma succede proprio a me? – mi manca la terra sotto i piedi,
e vorrei, vorrei… ma cos’è che vorrei? Uno che mi balla alle spalle?
Che se ne va senza salutare?
Ma sì, certo, le regole ora cominci a impararle. Le mie. Le nostre. Cominci
a prendere coraggio, ora sei tu che ti avvicini, che mi parli. Mi
segui, degli altri te ne freghi. Reciti, certo. Reciti ma sono io
a guidarti.
Ti scrivo un altro biglietto e tu, che sei dietro al bar, lo metti in mostra,
che lo vedano tutti. L’ho scritto io, per te, che lo vedano tutti,
diamine! Beviamo. Parliamo. Di che cosa parliamo? Delle regole del
gioco? Oh, ma ora il teatro è nostro e solo nostro.
Certo che mi ricordo di lei. La ragazza bella come un cigno, desiderata da tutti.
Il collo lungo, gli occhi di un lago, lo sguardo che fugge, quando
la guardo. Nell’impudicizia dei corpi, qui nel bar, un grande pudore.
Con quel fisico, le gambe snodate, l’ombelico liscio.
Un sorriso disarmante-disarmato.
A cosa pensa, quella, mentre è lì e tutti la guardano?
Dove si trova? Prova qualcosa?
Magari un po’ complicata, la brava ragazza.
Certo che mi ricordo di lei. E ricordo che quella sera, dandole il biglietto
che non si prese nemmeno la briga di leggere, su quel biglietto fra
quelle bottiglie, sul biglietto con stampigliato sopra il nome della
birra, sul biglietto che qualcuno avrà buttato via, ricordo di aver
scritto: “Mi dispiace, e perdonami, non ci vedremo più, non verrò
più qui. Perdonami, perdonami, ma sono le regole del gioco. Era un
gioco”.
Copyright©Sergio Roic, 2004