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| Io sono un fiume strozzato | 27 april 2006 | |
| Aveva (lei aveva; portava?)
al collo uno (una)… scialle? sciarpa?… e se scrivessi così, liberamente,
il suo volto era una sciarada? Il vocabolario dice "sciarada: problema
di difficile soluzione". Bene, bene, per assonanza ho trovato una parola
che mi permette di risolvere… ma cosa risolve? cosa risolve? Ecco, è una calda mattina di lago: lo vedo, lo vedo dal mio balcone-osservatorio, luccica scintillante orgoglio dell'azzurro golfo (scontato?, e se invece provassi… dell'amico?… oppure… sì, sì, del golfo magico). Bene, oggi è una calda mattina di golfo e io lo guardo (orgoglio di un lago magico), lo scrivo dal mio balcone-nido di aquile. Ma allora vivo in un aereo rifugio antiaereo? Un alto e volatile bunker? E questo che cos'è? Uno scherzo? Un inizio di racconto? Boh. Ricapitoliamo: una ragazza, il cui collo è una sciarada – ragazza-sciarada misteriosa? Sì, un buon inizio di una storia. Poi, per contrasto: un'ambientazione solare, lo scintillante luccicare di un lago che assomiglia (metafora-metafora?) alle dorate scaglie di un immenso pesce-…, pesce-?, pesce-?, pesce-?, no, la parola-tandem non riesce. Pesce-mare? Ma se parlo di un lago… Mah, troverò qualcosa, prima o dopo. Pesce-cane? Già, già, ora mi prenderanno per matto, "Altro che scrittore," diranno "guarda come cade sul primo gioco di parole". Cade sul primo…, non è, mi pare, del tutto corretto… Oh basta, basta, chissà perché, già da un'ora, fissando il lago scintillante, lago-mare, pesce-cane, già da un'ora mi rutila per la mente (nella mente?) la mini-poesia di De Andrade: "Di tutto resta un poco. A volte un bottone, a volte un topo". Chissà perché? Chissà perché rutila proprio a me? Certo, certo, "L'importante è scrivere, caro scrittore", mi dice al telefono l'amica Violetta che fatica fatica fatica a diventare un personaggio; perché fatica? Eppure è bella, interessante, consigliora-companera, disponibile, il che non guasta… "Il troppo stroppia" direbbe, pronto, l'amico Vlad che abita sul Pian-della-Falloppia (Chiasso, Svizzera). Vlad? Sì, il conte Vlad, lui sì, sì che sta per decollare come personaggio-vampiro (de-collare? non sarebbe meglio azzannare?). Sì, Vlad, l'impalatore-di-Chiasso: nelle notti di luna lui… Divago, divago orribilmente (Zivago?), farei meglio a essere concreto come il Trigorin-scrittore di Cechov: una ragazza, un gabbiano, la ragazza è il gabbiano, semplice, chiaro. Per ora non do spazio a Vlad-il-vampiro-di-Chiasso (nessuna Lara, zero Zivago). Do un'occhiata al lago golfo-magico. Scintilla. Riluce. Ride di denti. Gonfia le guance. Bene. Ho un'immagine di lago-mattacchione. Può servire? "Può interessare?", chiede una peripatetica isolana (Vasilissa?) di un mediterraneo film-cult. Hm, l'associazione di idee mi permette di scrivere. E ferisce a morte (le svaligia, le stravolge) le mie storie. Ecco, allora: In una calda mattina di lago… (e i murati mattoni della Biblioteca dei frati – utilizzarli?)… In una cald… Oh, giù sulla strada dinoccola (oggi è uscita prima) la rossa Cécile, che indossa un completino verde-shocking. Sì, sì, sì! La protagonista-sciarada avrà i lunghi capelli tiziani di Cécile! Il vestito-shocking no, Sciarada è… Sciarada non… Sciarada sì, non è una cui piace apparire. Sciarada parla, Sciarada dice! Cosa dice Sciarada? Lei parla come-un-corso-d'acqua, è cristallina, argentina, ma poi, poi nicchia, dice "ostacolo", dice "diga", dice "io vorrei", "io faccio", dice "io sono un fiume strozzato". Sciarada dice, Sciarada parla, Sciarada. Di nome fa… Caspita! Caramba! Merengue! Balla la mia mente (qualcuno ha acceso la radio!). Alzo gli occhi al cielo, mi concentro. Come un vero scrittore prendo tempo, io… mi stiro, mi volto, conto le finestre della Biblioteca dei frati che è qui, a due passi, e la biblioteca amichevole (ho restituito Eliot? e Jacopone?) mi ammicca e ride, suggerisce: "Dai, equilibrista dell'associazione (di idee), cosa ci vuole?". Cosa ci vuole? Cosa ci vuole? Caspita! Caramba! Merengue! Federica. Fede. Bene Fede, ora che ti ho inquadrato… no, no, che brutta parola… ora che ti ho creato? Ora che ti ho creato, Fede, parlami, spiegami, immergimi nel tuo universo acquatico di libero e gioioso, eppure frenato, occluso? disturbato?… non ci siamo, non ci siamo. Questo racconto proprio… Ricominciamo. Non ci arrendiamo (Morte di un apicultore, Lars Gustafsson). Allora, ricominciamo, Fede, e lasciamo pure a Cécilie i suoi capelli rossi, che se glieli tolgo si sentirà nuda nel suo vestito-shocking. Ricominciamo, ricominciamo, adesso capisco cosa intendevi con "Io sono un fiume strozzato", non ti sveli e io non riesco a raggiungerti, non ti acchiappo, sfuggente argomento di questo racconto rotondo. Racconto-rotondo. Vulcano-Rolando (nel bel mezzo di un viaggio sudamericano). Non riesco più a scrivere, perbacco!, io sono un fiume strozzato! Fiume assonante che preme contro le dighe del senso, che si presume siano assennate. Dighe grandi come quelle di Assuan? Appallottolo il racconto-saponetta (rotondo, sfingeo?, glabro?, mi sfugge di mano, mi sfugge di mano) e lo getto in pasto alla Biblioteca dei frati. Il racconto – così per gioco – veleggia verso il lago golfo-magico. Porco di un racconto! Poi squilla il telefono. È Domenico: "Cosa combini, fenomeno?". Scivolo, non ho un punto d'appiglio. Lei è… lei è… "Ancora ragazze?" ride Domenico dall'altro capo del filo (rapidissima, la mia penna lo immagina nella sua casa in collina, il prato è appena stato falciato, il cane della vicina sta abbaiando, ora Domenico – lo conosco, lo conosco – mi proporrà un affare che non puoi rifiutare). E invece no. Dice: "Mi sposo". Io non ci credo, lui non ci crede, lei… vorrebbe? non vorrebbe? Eppure succede, succede. Bene, fra un paio di mesi, in smoking, a Firenze. E se ci andassi con Fede? corre la mia mente che ha già immaginato una Fede-storia (Fede è la mia ragazza, le ho tolto lo scialle, la sciarpa, non è più una sciarada). Chiedo a Domenico: il letto di un fiume può essere pallido? "Se non lo sai tu…" risponde-riattacca il promesso sposo (Renzo, Lucia, don Rodrigo, don Abbondio, quel ramo del lago di Como, sono matto, sono matto, eppoi qui siamo, non dimentichiamolo, qui siamo a Lugano!). E io sono fermo (fisso?), io fisso il foglio bianco (pallido?). Un bianco letto pallido dove il mio promesso fiume strozzato… Ma lo sapete che io mi eccito scrivendo? E il pallido fiume strozzato ora sfila un nero top nel letto bianco del mio foglio-racconto. I capelli corti, biondi sono spighe di grano mosse da un nero vento fortissimo (è il top, il top in movimento). (Che racconto, che racconto: "Di tutto resta un poco? A volte un top? A volte un boh?"). Poi il toporale si placa (neologismo blasfemo: una tempesta topografica!) e Fede è nuda tra le mie braccia. Lei è pallidissima, io sono abbronzatissimo (io scrivo, vivo, su un assolato balcone-nido di aquile), un desiderio arroventato penetra, travolge (trasuda?) il (di) fiume strozzato. La pelle di Fede è un fondale levigatissimo (improprio! improprio! il fondale è l'altezza del pelo dell'acqua dal fondo sottomarino! leggo sul vocabolario. E chi se ne frega, mi dico, licenza poetica, licenza poetica). Fede umbratile. Fede profonda. Fede fiume di tenere irripetibili parole verso la libertà totale del mare sensuale. E il senso di colpa (morale strozzata di una brava ragazza?)? La mia penna eccitata non ascolta, non ascolta: ora io sono una nave e la mia calda chiglia solca quel voluttuoso mare. "E questo sarebbe un racconto?" direbbe (eh no, non glielo farò leggere) il mio amico-rivale Dario (rivale nelle questioni di Fede, ovviamente), il Dario-simpatico. Sì, Dario, ora ci siamo, ora ci siamo, via laghi golfi magici, pesci, cani, forse (forse!) lascerò filtrare, tra le fronde che circondano il murmureo (eh Dario? eh?) fiume-Fede, forse filtrerà (flirterà?) un'associazione; o due. Suona il telefono, lo mando al diavolo, non rispondo. Ora mi immergerò là dove il fiume è ghiaccio, puro, limpido (olimpico?), perché Fede è figlia della montagna, zampilla da una roccia alpina (zampilla?) e il padre è uomo di sport. Ancora il telefono! Questa volta rispondo. È Bobo. È ora di andare a pranzo: "No, no, nulla di serio, stavo scrivendo-blaterando". Lo so, lo so, ride Bobo, domani mi dirai che è il tuo miglior racconto. Racconto-top, racconto-boh, racconto-Bobo? E perché no? Il racconto-Bobo parlerà (e di cos'altro se non?) di sport! Bobo (volutamente, del pensiero bobante riporto solo un paio di perle): ho riletto il grande Milan e ora scrive solo kundera!, i Monatti per estirpare la peste delle zebre! Lascio Bobo, faccio una passeggiata lungo il golfo (lago magico, pesce-cane in un rutilante topo-mare?). Ora il racconto risale una valle della Svizzera meridionale. La valle vive per la propria squadra (bastoni, armature, pattini, un inverno di fuoco e a primavera i play-off). Sono appena arrivato dalla Russia (mi chiamo Sergej, no?). Finora ho sempre giocato per il Lada Togliattigrad (disco su ghiaccio, il Volga, una grande fabbrica di automobili). Sono un bravo ragazzo (disciplina, partito unico, il rigidissimo malinconico inverno russo). Ho avuto un grave infortunio altrimenti sarei nei mitici New York Rangers a fianco del grande Wayne (Gretzky, ovviamente). Ho avuto un grave infortunio e sono timoroso, evito i contatti (in questo gioco così maschio!), mi tiro indietro, non rendo. La squadra (la valle) scalpita: il russo è femmina! La figlia del presidente ha Fede (gioco di parole che getto in pasto alle anatre starnazzanti nella Lanca degli Stornazzi – e dio topo se la lanca in questione appartiene a un altro biotopo, altro luogo, porco di un corpo, topo orco?). Barcollo in riva al golfo (lago magico, corpo di un racconto, orco-corpo topo-porco, fermatemi! fermatemi! sennò precipiterò in un inferno sintattico – e porco di un corpo! e ratto di un porco!). Allora, care anatre, ignare delle sataniche cornute zoccolanti (?) assassine associazioni assonanti, la figlia del presidente è Fede (nonostante tutto io nella lingua ho fede), lei sa, lei capisce, lei intuisce (lei legge Tolstoj, lei è sensibile) che il ragazzo agghiacciato in mezzo alla pista ha un'anima (un'anima indomita, l'anima russa!). L'anima russa! Potrei scrivere romanzi sull'argomento e la mia penna si precipita, corre incontro alle misteriose pendici del Caucaso. Allora: Fede è la figlia del governatore russo del Turkmenistan (Uzbekistan? Tagikistan?, no, no, no, se adesso mi ci metto pure con l'atlante geografico…), fa una passeggiata a cavallo fino alle rive del nero Terek, scopre delle insospettabili analogie tra la sua anima (dibattuta? strozzata?) e l'acqua turbinosa e scura di questo fiume che scorre attraverso la letteratura russa. Oh bene, bene (stacco il telefono), ora il racconto va, ora il racconto viene! Il mattino era radioso, il Caucaso brillava all'orizzonte come un bianco sacro totem (mmmh, totem sul Caucaso, cominciamo bene! Fa niente, fa niente, scriverò di getto, correggerò in seguito, ora che ho l'argomento; ora che ho l'argomento, scriverò in seguito, correggerò di getto ora che ho… brrr, è più forte di me, è più forte di me, io devo giocare con le parole!). Su. Il Caucaso brillava all'orizzonte come un bianco sacro totem ma Fede la figlia del governatore russo della provincia era rosa da una strana inquietudine nonostante si sentisse a suo agio in questo territorio asiatico che suo padre governava con pugno di ferro (con polso fermo?) ma saggiamente essendo un burbero benefico e buon amministratore delle popolazioni locali dai costumi tipicamente turchi (?) e la vita a Tbilisi era di nuovo vivibile e sicura il commercio fioriva ora Tbilisi aveva una società salotti ricevimenti si danzava persino il valzer Fede era arrivata da Pietroburgo essendo il padre rimasto vedovo era una ballerina nata molto fine molto russa molta lingua francese molte belle parole ma ora scopre con sua grande sorpresa e ne è molto scossa capisce che il Caucaso non era solo un potente catalizzatore di immagini di sogno di proiezioni ma pure il naturale sbocco di una vita avventurosa e libera che rompesse gli argini di quel fiume strozzato che scorreva là a Pietroburgo e da cui riusciva a evadere (che riusciva a guadare) leggendo le lunghe lettere del padre e ora sulle rive del nero Terek si rende conto che quelle lettere erano profonde e parlavano di un'avventura interiore a contatto con la profonda saggezza delle popolazioni caucasiche che il padre aveva descritto così bene avendo scambiato due parole con un carrettiere per il quale la forma è una ruota rotonda che rotola rotola definizione che Fede trova molto migliore di quelle di Platone e che è una vera filosofia di vita e ora lei coglie questa filosofia diversa e nuova negli enigmatici visi asiatici nella natura aspra che è lo specchio della sua anima di frivolezze ne ha abbastanza ne ha abbastanza dei balli in maschera e di vacui complimenti Fede è viva e libera in groppa al suo cavallo sulle rive di questo fiume asiatico che non è affatto strozzato e ora Fede si chiede perché vivere senza aver dato battaglia perché arrendersi entro argini costruiti da altri perché non cavalcare libera e selvaggia in groppa al focoso Dagan rapida descrizione di un cavallo focoso eppure docile eppure sottomesso alla sua padrona come se ne indovinasse il travaglio interiore un cavallo simbolo del genio del luogo ma ora il sentiero si è fatto stretto e tortuoso e Fede capisce subito che questo sentiero simboleggia il suo destino ed ora effettivamente si ha un colpo di scena perché Fede prova una grande paura accorgendosi di essere prigioniera della misteriosa energia che sprigiona il nero Terek fracassandosi contro quei blocchi di granito giù giù in fondo alla vallata Fede ha un presagio un presagio di pericolo scorge l'ombra di un cavaliere che la segue e il brigante non è altri se non il terribile e sanguinario Hadji-Karan ma fuggendo Fede pensa che in fondo lei è più libera di questo Hadji-Karan così terribile e sanguinario libera e senza paura e allora si ferma lo aspetta gli terrà testa che la rapisca che chieda un riscatto vivrà all'ombra di Hadji-Karan civilizzerà queste popolazioni asiatiche senza privarle della loro profonda vita spirituale darà degli utili consigli e una volta che il riscatto sarà pagato tornerà dal padre e ci sarà una duratura pace. Ora però il racconto somiglia molto ai racconti di Lermontov, mi dico. E perché non dovrei scrivere come Lermontov, quasi duecento anni dopo? Proviamo. Scriverò di getto e nonostante ciò come Lermontov: Nella radura di un bosco ripidissimo sospeso sopra un burrone profondissimo Hadji-Karan e Fede sono inseguiti da un intrattabile Sergej, indomito ussaro russo. La divisa sbottonata, gli occhi dilatati dall'eccitazione, l'ussaro (io! sono io!) incalza il terrorizzato fellone. Lo trapasso da parte a parte con la sciabola e poi, Hadji geme orribilmente, lo finisco con una pugnalata al cuore. Ho gli occhi le guance rossi di sangue. Ora che Hadji è stato ucciso in duello, Fede è tutta nera, ha il volto coperto dal velo. Un indovino le ha detto: "Se varcherai l'Ararat sarai la regina del deserto". "Tu pensi di avermi salvato, ma io, da molto tempo, ho rinunciato a tutto ciò che è russo" dice Fede perfettamente in accordo con questo racconto. Dà un colpo di speroni e cavalca rapidamente al di là dell'Ararat. Ed io, ed io che avevo creato un personaggio così bello da salvare su un pendio selvaggio del Caucaso? Eh sì, ma il mio personaggio è talmente bello da non voler essere più salvato. Certo, non è più un fiume strozzato, ma un cavaliere libero, scavalcherà l'Ararat, sarà la regina del deserto. Ed io? Sono un ussaro russo lacero, ferito, deluso e, dalla cima della scarpata, non vedo nemmeno il golfo del lago magico di Lugano. E l'appartamento nido d'aquile? La Biblioteca dei frati? La Lanca degli stornazzi? Dal fondo della vallata si leva una colonna di polvere. La giacca sbottonata, il passo claudicante, raggiungo il carro, mi siedo a fianco del carrettiere e, come se niente fosse, mi metto a chiacchierare. Il carrettiere è molto saggio (maledizione, è così che l'ho creato), non dice niente, fa gravi cenni d'assenso con la testa. L'anno è veramente il 1828 e stiamo veramente risalendo una valle del Caucaso? gli domando. Un grave cenno d'assenso. Hadji-Karan è un capo ribelle, ha rapito la figlia del governatore? Un altro cenno. Ed io, io sono un ussaro russo? Il carrettiere ride, so che ha una gran voglia di rispondermi: "Se non lo sai tu!", ma è saggio saggio (è esattamente come l'ho creato) e mi domanda: "Posso farti una domanda? Ma è proprio vero che la vita è un romanzo?". Copyright©Sergej Roic, 2006 |
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